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TESTIMONI DI SERVIZIO CIVILE. LA STORIA DI FRANCESCA

“Un nuovo giorno sempre ci aspetta”, di Francesca Giuliano, Servizio Civile Universale, Tena (Ecuador)

Sono a Tena da ormai due mesi e spesso, mentre giro per le strade della città, mi ritrovo a pensare alle prime sensazioni da appena arrivata. Penso alla prima volta che ho messo piede a casa Bonuchelli, quella che adesso è la nostra casa, e a come mi sia sembrata immensa, piena di stanze che si confondevano e mescolavano tra di loro, piena di vita di generazioni e generazioni di volontari che avevano lasciato le loro tracce con una poesia, un dipinto sul muro, un oggetto o un mobile. Penso alla prima volta che siamo usciti per le strade di Tena e a come mi sia sembrata così caotica, così confusionaria, piena di pericoli pronti ad aspettarti dietro ogni angolo. E mi stupisco a pensare a quanto il cervello si adatti in fretta e a come, dopo appena due mesi, mi ritrovo ad avere una stanza tutta per me, che ho arredato secondo il mio gusto personale e fatta un po’ mia, a girare in bicicletta per le strade della città e riuscire ad orientarmi nei punti principali, a sentire questa città sempre un po’ più casa, ad essermi già molto affezionata. Ma Tena non è solo la città, non è solo le strade che si incrociano tra il “Parque Lineal” e la “15 de Noviembre”, Tena è tutta la selva che si irradia intorno, piena di piccoli angoli di paradiso formati da alberi e rio, chiamati balneari, Tena sono le comunità indigene che si mischiano in mezzo alla selva e si espandono per tutta la regione del Napo e dell’intera Amazzonia. È proprio in queste comunità che abbiamo avuto il privilegio di lavorare in questi primi mesi in Ecuador e di conoscere la popolazione Kichwa, la  

nazionalità indigena prevalente nell’Amazzonia. Tanti racconti e tanti modi di vivere li vedo attraverso gli occhi dei bambini, con cui abbiamo giocato e lavorato nei tanti “vacacionales” fatti durante il mese di agosto, e sono proprio loro che, nonostante la diffidenza iniziale, dovuta al nostro spagnolo ancora altalenante e alle differenze culturali, ti prendono per mano e ti portano nel loro mondo. E lì sono pronti a raccontarti le storie della loro comunità, i “chismes” (i pettegolezzi) tra le famiglie e i bambini stessi, a parlarti e portarti i loro animaletti domestici che vanno da piccoli e adorabili cagnolini, fino a scimmiette e pappagalli colorati a farti un disegno e regalartelo a fine giornata, a venirti vicino ed abbracciarti un po’ tristi  

quando, a fine settimana, bisogna salutarsi. È attraverso i bambini che conosciamo anche i genitori, gli adulti, i presidenti delle comunità, i capi del loro piccolo mondo. È lì che vediamo di quanto poco basti per vivere quando si ha la natura, il sole, la pioggia per rinfrescarsi, il fiume per bagnarsi, gli alberi per raccogliere frutta, le piante per fare infusi e medicarsi. È lì che li vediamo nei loro passatempi preferiti: il calcio e l’”ecuavolley” (una rivisitazione della pallavolo, giocata con un pallone da calcio, non adatto ai deboli di cuore). È lì che conosciamo le lotte di resistenza presenti in questo Paese, lotte di cui pochi parlano e che pochi sostengono, lotte per proteggere i propri territori da politiche di estrazione e di sfruttamento, lotte che a volte si perdono di fronte al bisogno estremo di denaro. È lì che si vede la resilienza di alcune comunità nel continuare a difendere il proprio territorio e nel trovare altri modi per riuscire a mantenere le proprie famiglie e i propri figli, nel continuare a combattere e nel trovare il modo di farsi forza a vicenda, ogni giorno. 

È qui in Ecuador che sto ritrovando la libertà della semplicità, del svegliarsi la mattina presto ma  con un sole battente alla finestra, vestirsi con abiti leggeri e scarpe aperte, di prendere un taxi o un  autobus e viaggiare sopra strade sterrate circondate dal verde, di immergersi nella selva sempre di  più fino ad arrivare alle piccole comunità e scoprire ogni volta un posto nuovo, un nuovo scorcio tra  la montagna e la natura intorno, nuove persone, nuove storie e trovare il senso e il bello nelle cose  più semplici, del vivere ogni giorno senza pensare troppo al domani, un po’ come fanno qui. L’Ecuador è un Paese con tante complessità, tante   problematiche che si intersecano e sembrano senza via di uscita e provocano frustrazione e rassegnazione. La mia visione è solo marginale e non completa, proveniente dalla mia posizione privilegiata di volontaria, è una visione in cui scelgo di vedere i lati positivi di questo Paese, la forza e la resistenza delle persone che ne fanno parte, la loro gentilezza e disponibilità verso noi stranieri, la consapevolezza che nonostante sembri che tutto stia andando a rotoli c’è sempre un nuovo giorno che ci aspetta.


 

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