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TESTIMONI DI SERVIZIO CIVILE: LA STORIA DI EMANUELA

Alipuncha: il buongiorno che sa di terra”, di Emanuela Orlando, Servizio Civile Universale, Tena (Ecuador) 

 

Sono le 7:30 e la mia prima sveglia sta suonando. Oggi è mercoledì e, come ogni mercoledì ormai da quattro mesi, devo andare a Ongota, una delle comunità del Napo in cui portiamo avanti il progetto dell’orto comunitario. Con me ci sono Annamaria, Giacomo e Filippo: i miei volontari preferiti del Bonuchelli, la grande casa di Tena, in Ecuador, in cui viviamo insieme.

La nostra casa è quasi un piccolo esperimento sociale, più di dieci persone sotto lo stesso tetto, ognuno con le proprie abitudini, provenienze e caratteri. Eppure, contro ogni previsione, ce la stiamo cavando sorprendentemente bene, nessun litigio serio.

Rimando la sveglia, cullata dal rumore della pioggia che cade incessantemente da tutta la notte. Qui in Amazzonia succede almeno una volta al giorno, è un rumore che mi rilassa, mi culla. In Italia trovavo fastidiosa la pioggia, qui invece ho imparato ad apprezzarla. È lei che fa crescere le piante a una velocità che non avevo mai visto prima, come se qui la natura avesse un’altra energia, un altro ritmo.

Scendo a fare colazione, infilo i miei soliti pantaloni da campo e “las botas”, gli stivali di plastica indispensabili per affondare nel fango senza pensarci troppo. Alle 8.15 riusciamo a prendere il bus che in dieci minuti ci lascia proprio davanti all’orto di Ongota. Come ogni mercoledì, rischiamo di perderlo, anche quando si è solo in 4 la mobilitazione è difficile.

Come sempre, le warmi (donne, in kichwa) sono già lì a lavorare e ci accolgono conun sorriso e un “Alipuncha”, il loro buongiorno. Credo che Ongota sia la comunità che porto più nel cuore tra tutte quelle che ho conosciuto fino ad adesso, forse perché ormai ci conosciamo bene, forse perché qui mi sento sempre un po’ a casa, quella sensazione che durante il servizio civile a volte manca e che quando la ritrovi ci fai caso. Mi guardo intorno e mi rendo conto che quasi niente mi stupisce più: le piante che il primo mese mi lasciavano a bocca aperta ora mi sembrano familiari. È una consapevolezza che mi rende metà triste, metà felice. Triste, perché perdo un po’ quello sguardo da bambina che scopre il mondo. Felice, perché significa che questo mondo ora lo conosco, so riconoscere le piante, la famiglia a cui appartengono, i loro usi. Prima di iniziare il lavoro passo dalla casa di Ermel e Doris: devo liberare Ema, il cagnolino che abbiamo praticamente adottato a distanza. Si chiama come me, in mio onore, così quando andrò via avranno un mio ricordo. Quando apro la recinzione, mi investe con feste e scodinzolii e la porto con me all’orto, così può correre libera tutta la mattinata e regalarci un po' della sua energia inesauribile.

Intanto la pioggia finalmente si è fermata, per fortuna perché oggi dobbiamo sistemare una parte del tetto dell’orto che è stata sradicata dal vento e dagli acquazzoni. Filippo e Giacomo si arrampicano sulle assi di bambù per ripararlo, mentre io e Annamaria ci uniamo alle warmi per ripulire i letti dell’orto e prepararli alla semina. Il sole picchia forte e i due volontari lavorano sul telone di plastica, un lavoro faticoso e manuale, il tipo di lavoro che in Italia capita raramente di fare. Qui la quotidianità è diversa, più concreta, più essenziale... e a volte anche un po’ “retrograda”, se la guardo con gli occhi europei. Ma è proprio questa differenza che dà valore a tutto ciò che sto vivendo: non potrei farlo in nessun altro posto.

A metà giornata improvvisiamo un almuerzo con le warmi: uova sode, doritos cotti e ají. Ci sediamo tutti insieme, condividendo quello che c’è, ringraziando la chakra, l’orto, per ciò che ci offre. Dopo un’altra oretta di lavoro siamo pronti per tornare al Bonuchelli, stanchi, arrossati dal sole, ma soddisfatti. E ad attenderci, come ogni settimana, c’è la preparazione della pizza fatta in casa: un piccolo rituale che ci fa sentire un po’ più vicini all’Italia, pur restando nel cuore dell’Amazzonia.

E mentre rientriamo, seduti sul bus, penso che tra fango, pioggia, tetti da riparare e pranzi improvvisati, sto costruendo ricordi che profumano di autenticità. È un mercoledì come tanti, ma sono proprio questi mercoledì a ricordarmi perché ho scelto di essere qui.

 




 

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