TESTIMONI DI SERVIZIO CIVILE: LA STORIA DI MARGHERITA
“Imparare l'amore a Lago Agrio”, di Margherita Milesi, Servizio Civile Universale, Lago Agrio (Ecuador)
Da giorni fisso questa pagina, tentando di trovare parole capaci di restituire e rappresentare la complessità di questo luogo. L’intreccio e la sovrapposizione delle contraddizioni che lo attraversano e governano sono difficile da sbrogliare. Per mesi ho guardato a tratti sorpresa, a tratti sopraffatta questo groviglio farsi, per brevi istanti più chiaro, per poi tornare a complicarsi, nel suo incessante surrealismo.
Lago Agrio nasce negli anni ‘60, quando, a seguito della scoperta di petrolio, questo piccolo angolo di oriente diventa all’improvviso terra di promesse e di speranze. All’epoca non è altro che un insieme disorganizzato di appezzamenti di terreno, assegnati dal governo e abitate dagli operai impegnati nella costruzione di un oleodotto, che da quel momento in poi aiuterà a distribuire petrolio in tutto l’Ecuador, diventando simbolo concreto del destino assegnato di questa città.
Quasi come un serpente amazzonico, questo oleodotto attraversa il territorio come una presenza silenziosa e costante: accompagna ogni spostamento, ogni traiettoria quotidiana. Qualunque sia la strada scelta, lo si ritrova a strisciare fino all’orizzonte, mentre passa accanto ai “mecheros”, enormi torce che bruciano senza sosta il gas naturale in eccesso.
Sono proprio queste fiamme, visibili più che mai nella notte, a segnare profondamente il destino di questo territorio: le stesse che, insieme alle rotture occasionali dell’oleodotto, contaminano aria, acqua e terra, sacrificano la selva in nome di un fantomatico sviluppo e progresso, lasciando però ferite difficili da rimarginare. La foresta ne risente, e le conseguenze sono irrevocabili: l’estrazione forzata ha colpito e colpisce in modo particolare le popolazioni originarie, esponendole a malattie, tumori e perdite, minacciando non solo la loro salute ma anche la loro memoria culturale.
Siamo nel cuore dell’Amazzonia, dove caldo, umidità e piogge regnano sovrani: il clima, un’ulteriore presenza ostile che plasma il quotidiano. Qui, nell’oriente, le strade che ci collegano al resto dell’Ecuador sono poche: ennesimo emblema dell’emarginazione di questo territorio, quasi del tutto abbandonato sul piano istituzionale nonostante la centralità economica del petrolio. I servizi sanitari, educativi e sociali sono insufficienti; le infrastrutture fragili; le risposte pubbliche spesso inadeguate. La “carretera”, logorata dalle piogge incessanti, si deteriora rapidamente fino a diventare spesso impraticabile, isolando le persone e impedendo loro di raggiungere altre zone del paese, come la capitale. Anche questo è un simbolo delle fatiche di questo luogo: le malattie legate alla contaminazione petrolifera, spesso gravi, non trovano risposte adeguate, perché l’ospedale non dispone delle attrezzature necessarie per affrontare patologie complesse, come i tumori causati dalle contaminazioni petrolifere.
È in questo vuoto di risposte che la violenza cresce, silenziosa. Una violenza alimentata da una cultura patriarcale che attraversa le relazioni familiari, sociali e comunitarie, e che raramente si presenta come un fatto isolato. Qui la violenza è diffusa, stratificata: si deposita nei corpi, nei territori, nei silenzi. Scorre anche nei gesti più ordinari: sui bus che attraversano il paese vengono proiettati quasi esclusivamente film saturi di morti e brutalità, immagini che accompagnano i viaggi come un rumore di fondo.
C’è la violenza di una frontiera armata, quella con la Colombia, dove guerriglia e “sicariato” non sono racconti lontani, ma un’eco costante che attraversa villaggi, famiglie, traiettorie di vita. Una violenza che spesso non fa rumore, ma che lascia segni profondi, come una ferita che non smette di riaprirsi.
C’è anche una violenza di genere, pervasiva e normalizzata, talvolta mascherata. Storie che si ripetono con inquietante regolarità e che faticano a trovare ascolto, risposta, giustizia. Negligenza, giudizio morale, mancanza di cure mediche: un contesto ostile che trasforma il diritto in un percorso a ostacoli.
In tutto questo intreccio di realtà, ho il privilegio di assistere al lavoro costante di una resistenza flebile (ma non debole) e profondamente sotterranea. Una resistenza che nasce proprio dentro queste ambivalenze e complessità, e che negli anni ha preso forma attraverso diverse organizzazioni sociali. Tra queste, la Federación de Mujeres de Sucumbíos rappresenta uno spazio fondamentale di lotta e di cura. Qui le donne si organizzano per contrastare la violenza di genere, costruire percorsi di prevenzione, empowerment e sostegno reciproco.
È qui che mi muovo ogni giorno, o meglio: nella casa rifugio per donne vittime di violenza che vent’anni fa la Federación ha creato, e che ancora oggi vive affiancata dalle stesse donne che l’hanno fatta nascere. Uno spazio di accoglienza, cura e accompagnamento, dove quotidianamente mi scontro con la frustrazione che nasce dal mio privilegio: dal poter accedere, io, a informazioni e diritti che qui non sono scontati come dovrebbero. Mi confronto con l’ambivalenza di una maternità non scelta, con l’ingiustizia di un accesso all’informazione negato o frammentario.
Ma osservo anche il cambiamento. Lento e stabile, conquistato con immensa fatica giorno dopo giorno, nonostante tutto. Osservo le trasformazioni che queste donne e i loro figli attraversano e guadagnano nelle difficoltà. E lo faccio con lo stupore di una bambina che scopre il mondo per la prima volta: vedo donne che riguadagnano, o conquistano per la prima volta, la propria indipendenza, che si ritrovano, si ricostruiscono, si rinarrano nel ruolo di madri. A volte partendo da zero. Crescono e si conoscono, e imparano insieme ai loro bambini la potenza dell’amore autentico, dell’affetto, del no, del limite.
È abitando questo spazio, e accogliendo ciò che ogni giorno mi restituisce, che misuro anche i miei limiti. Ed è vero: non è facile far fronte alle ostilità di questo posto, soprattutto per chi, come me, di ostilità ne ha incontrate poche. Il mio privilegio mi fa lo sgambetto quasi ogni giorno e a fine giornata mi ritrovo stanca. Non per paura, né per ciò da cui sono stata messa in guardia. Sono stanca perché scelgo, ogni giorno, di restare attenta: ai pensieri, alle parole, a ciò che vedo. Ogni parola pesa, ogni pensiero va interrogato, ogni sguardo deve trovare il suo posto. Perché nulla può essere detto senza chiedersi da dove arriva e se davvero appartiene a questo contesto.
A Lago Agrio mi sento spesso spettatrice di qualcosa di enorme e complesso. Una posizione scomoda, forse persino sbagliata. Eppure, è l’unica che sento onesta. Mentre io guardo questa città, lei guarda me. E tra questi due sguardi continuo a cercare una forma possibile di presenza.
