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TESTIMONI DI SERVIZIO CIVILE: LA STORIA DI DANIELE

“È tutta questione di abitudini”, di Daniele Simone, Servizio Civile Universale, Montero (Bolivia)

Il servizio civile è questione di abitudini. Mescolare le proprie tradizioni integrandole con quelle di un popolo che non si conosce mai abbastanza. Mettersi in discussione affrontando le difficoltà che si presentano quotidianamente.  

Catapultati in una realtà nuova, lontana, apparentemente incomprensibile, che poi ti avviluppa e non si vuole più lasciare. Un anno passa in fretta. Il tempo concede di conoscerti meglio, l’ambiente ti sfida, ti mette alla prova, ma tutto dipende dalla routine, dalla capacità di adattarsi, dal saper dosare le emozioni. 

È il caso che inizi a sciogliere questa matassa che intanto si è ingarbugliata nella mia mente in questi mesi trascorsi qui in Bolivia. 

Partiamo dal principio, dalle valigie semi-vuote da riempire nel corso dell’anno, dai rapidi saluti ai cari e dalla strabordante voglia di iniziare un nuovo progetto di vita, lasciando tutto alle spalle, anche con l’ansia che al ritorno sarà tutto diverso. 

Poi, l’arrivo nella sede di servizio – Montero -, dove si approfondisce il rapporto con gli altri volontari e si conoscono le persone con cui si condividerà l’intero anno. Tutto parte a rilento: la barriera linguistica, la novità delle attività e doversi inserire in un meccanismo che ormai ha trovato il suo ritmo vitale, la necessità di comprendere il contesto, trovare il giusto equilibrio e calibrare bene le giornate. 

E poi arrivano le abitudini.  

Doversi abituare al clima e all’alternarsi settimanale delle stagioni: convivere con il caldo torrido; i continui temporali, che sorprendono il bucato appena steso ad asciugare; l’umidità, che avvolge nella muffa il passaporto e i documenti stipati nel comodino.  Abituarsi al rischio di contrarre malattie: all’ansia delle costanti punture di zanzare, che si coalizzano per attaccare le caviglie, alla ricerca spasmodica di locali salmonella-free.  Per non parlare dell’impossibilità di rifiutare ciò che ti viene offerto dai boliviani, che fanno della condivisione un momento di conoscenza, unione, rispetto.  

Poi la curiosità e la necessità di assimilare tutto ciò che ti circonda iniziano a dissolversi e dopo un po' si percepisce la mancanza delle persone oltreoceano. E allora tocca abituarsi a non vedere più quei volti con cui hai condiviso un pezzo della tua vita, che ti hanno fatto stare bene quando ne avevi bisogno, che ti hanno accompagnato ogni giorno vincendo il tedio e le giostre emotive. 

E però ci si rincuora con i legami che continuano ad intrecciarsi. Con gli altri volontari c’è continuo confronto su idee, attività, responsabilità. La riuscita di questa esperienza dipende molto da questo fattore, non è semplice trovare le persone giuste, serve pazienza, ma condividere l’anno con affinità è un privilegio che a volte capita, come nel mio caso. 

Ma passiamo ora a quello a cui non ci si può abituare.  

Lo sguardo delle donne, che hanno perso la loro serenità, che vorrebbero gridare al mondo intero le atrocità che subiscono; quelle che continuano a lottare, quelle che ormai sono rassegnate. Abbiamo ascoltato delle storie di vita spezzate e che nessuno potrà mai ricucire.  Gli occhi dei bambini che hanno conosciuto la miseria troppo in fretta, che non hanno mai usato i loro occhi per sognare, che devono accontentarsi a quel poco che hanno. 

I solchi del tempo sulla pelle degli operai del campo, ridotti alla mera percezione dell’orario del lavoro, che ha assuefatto le loro vite, riducendole a brandelli.  

Il rammarico per la consapevolezza dei limiti, dell’impossibilità di cambiare, spinge a pensare che quello che si realizza sul territorio non sia mai abbastanza, ci si sente frustrati.  Eppure, occorre crederci, guardare in quel piccolo spiraglio, comprendere che non abbiamo poteri invincibili, che continuare sulla linea della solidarietà contribuisce a sviluppare una coscienza sociale empatica, attenta ai bisogni della comunità. 

E ora che la matassa è sciolta, tiriamo le somme. 

Probabilmente questi mesi hanno inciso più nella mia vita che in quella dei beneficiari dei  progetti, anche se spero che il mio contributo non sia stato vano, ma abbia avuto una piccola utilità. Non è stato semplice appurare che il contributo del volontario non sia essenziale, la vera utilità dipende dall’apporto che riusciamo a donare in questa esperienza. 

Il servizio civile mi ha dato la possibilità di apprendere molto, di scoprirmi, di far funzionare la mia arrugginita creatività, di calibrare le mie emozioni, di conoscere nuove culture, di realizzare una miriade di attività, che mi è impossibile esplicitare in queste poche righe.  Ciò che più mi ricompensa è il sorriso delle persone che ho incontrato in questo tempo, felici di essere stati ascoltati, compresi e che qualcuno gli abbia dedicato qualche momento.

 

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