TESTIMONI DI SERVIZIO CIVILE: LA STORIA DI GIULIA
“La forza della minga: costruire insieme dignità e futuro”, di Giulia Omilli, Servizio Civile Universale, Tena (Ecuador)
«Ogni giorno mi sveglio alle tre, faccio colazione e poi alle cinque sveglio i miei sei figli. Alle sei li accompagno a scuola. Quando torno, vado a lavorare nella “chakra” dove coltiviamo naranjilla, yuca, platano, cacao, caffè e guayusa. La mia famiglia vive di questo: è la nostra vita». Così inizia una giornata tipica di L., una donna che vive nella comunità “kichwa” di Ardilla Urku, vicino ad Archidona.
Nei miei primi quattro mesi di servizio a Tena, ho avuto la possibilità di entrare a far parte della realtà di questa piccola comunità. Ogni mattina, alle sette in punto, Eliceo - il maestro - suona il clacson della “camioneta”. Metto le “botas”, salgo a bordo e insieme agli altri volontari ci incamminiamo verso Ardilla Urku. La radio Quimera sempre accesa, la strada sterrata che si perde nella selva e, all’arrivo, ci accoglie una famiglia nella propria casa con una colazione abbondante, preparata apposta per darci energia prima di iniziare la minga.
La minga è molto più che un semplice lavoro collettivo: è un modo di essere comunità. Significa costruire insieme, condividere la fatica e sapere che ogni progresso non appartiene a un singolo, ma al gruppo intero.
Ad Ardilla Urku stiamo costruendo per ogni famiglia un bagno completo e un piccolo biodigestore anaerobico come sistema di smaltimento delle acque nere. Ogni famiglia partecipa attivamente: uomini, donne, giovani e anziani si alternano nel miscelare cemento, scavare, posare tubi, sistemare le strutture. Insieme ci sporchiamo le mani di terra, le botas di fango. Insieme diventiamo muratori, idraulici, carpentieri. Ogni volta ammiro la loro capacità di inventare soluzioni e affrontare le piccole difficoltà del lavoro sul campo: bastoncini di bambù, assi di legno, corde … tutto può trasformarsi in uno strumento.
Durante la minga, la comunità ci offre bibite tradizionali, come la chicha de yuca - «Perché non ti venga fame fino al pranzo» - oppure limonate e succhi preparati con i frutti dell’Amazzonia. Il mio preferito è quello di tomate de árbol. È in questi momenti che capisco quanto il nostro lavoro sia un vero scambio: noi portiamo tempo e impegno, loro ci accolgono con cura e generosità.
A mezzogiorno ci fermiamo per il pranzo, che mangiamo nelle case delle famiglie, insieme a loro. Si ride, si scherza, ci si racconta aneddoti della giornata o della settimana e io sento di essere ospite e allo stesso tempo parte della quotidianità della comunità. Poi si riprende a lavorare fino al pomeriggio.
Durante una pausa, L. mi ha raccontato quali servizi igienici avesse prima dell’implementazione del progetto dei nuovi bagni: all’esterno della casa c’era una fossa settica rudimentale, un semplice buco nel terreno. «C’erano sempre tantissime mosche vicino alla fossa. Non avevamo un lavandino, quindi non potevamo lavarci le mani dopo essere andati in bagno», mi ha detto. Ascoltandola, ho capito quanto il nuovo bagno non sia solo un miglioramento strutturale: rappresenta un cambiamento reale nella routine quotidiana, un passo concreto verso una vita più sana, sicura e dignitosa. L’entusiasmo di L. è uno dei motivi per cui ogni fatica della minga passa in secondo piano.
Oltre alle giornate in comunità, due volte a settimana lavoro al GAD (Governo Autonomo Decentralizzato) di Archidona. Qui collaboro al processo di riconoscimento ufficiale delle Juntas Administradoras de Agua Potable (JAAP) delle comunità kichwa nei dintorni. Le JAAP sono organismi comunitari responsabili della gestione e manutenzione dei sistemi di potabilizzazione dell’acqua, già esistenti o futuri. Sono fondamentali affinché ogni comunità non abbia solo infrastrutture, ma anche un gruppo formato e responsabile che sappia mantenerle nel tempo, raccogliere fondi, fare riparazioni e prendere decisioni condivise.
Il processo richiede l’elaborazione di atti, documenti ufficiali, regolamenti interni e di accompagnare le comunità fino alla presentazione finale al Ministero dell’Ambiente per l’approvazione formale. È un lavoro meno visibile, ma indispensabile: senza una gestione ufficiale e riconosciuta, i sistemi rischiano di non essere sostenibili nel lungo periodo.
Durante una delle visite alle comunità coinvolte in questo percorso, ho conosciuto V., presidente della comunità kichwa di Uvillas Yacu. Una realtà molto diversa da quella di Ardilla Urku: qui non esiste alcun sistema di potabilizzazione. La loro unica fonte è l’acqua piovana. Quando non piove, le famiglie devono raccogliere l’acqua dal ruscello; e quando anche quello si secca, restano solo il fiume e i lunghi tragitti per raggiungerlo. L’acqua è spesso torbida, con cattivo odore, contaminata dagli animali e senza alcun sistema di stoccaggio e filtrazione, il rischio di malattie è elevato.
«Quando non c’è acqua, non posso lavorare nella “chakra”, non posso cucinare o lavarmi. La mia famiglia deve fare anche cinque viaggi al giorno al fiume per avere abbastanza acqua, siamo in tanti», mi ha raccontato V. con tono rassegnato. Mi ha confessato che lui e la comunità aspettano da anni la realizzazione di un progetto per la costruzione di un sistema di potabilizzazione che garantisca accesso continuo e sicuro all’acqua. Un diritto fondamentale, eppure ancora lontano dall’essere universale.
Ripensando a questi mesi in Amazzonia, mi rendo conto che il mio servizio civile non è solo mettere le mani nel cemento o scrivere documenti. È, prima di tutto, ascoltare storie - come quelle di L. e V. - osservare abitudini, imparare a rispettare tempi e ritmi diversi dai miei. È condividere bisogni, fatiche e speranze. È contribuire, giorno dopo giorno, a migliorare la vita delle persone e a costruire un futuro più sano e dignitoso per le comunità.
