fbpx TESTIMONI DI SERVIZIO CIVILE: LA STORIA DI MARA CECILIA | ENGIM

TESTIMONI DI SERVIZIO CIVILE: LA STORIA DI MARA CECILIA

IN UN GIORNO QUALUNQUE A HUAMAURCO - di Mara Cecilia De Vido, Tena (Ecuador)

“La pioggia ti sorprende sotto foglie di banano i sapori nuovi della frutta esotica ti vengono offerti da bambini gentili le fronde degli alberi si riempiono di sorrisi il suono della pioggia sul tetto copre tutte le lingue, e lascia che a parlare siano gli sguardi il pranzo viene spazzolato fino all’ultima briciola e i più dolci portano quel che rimane ai fratellini ancora a casa la natura ti sorprende spiegata dai bambini - e quando andiamo via i saluti ci rincorrono fino a che la prima curva non ci nasconde agli sguardi.”

Oggi è un giorno qualunque. Faccio colazione e mi preparo agli odori della cucina che presto verrà pervasa di profumi che non conosco, mentre di fretta cuciniamo il pranzo per i bambini che ci aspettano a scuola. Tagliamo le verdure il più piccolo possibile e mettiamo un bel pezzo di panela nella wayusa per zuccherarla, consapevoli che non sarà mai abbastanza dolce per loro, né le verdure abbastanza invisibili. Con le nostre pentole pronte saliamo sul retro di una camioneta e ci godiamo il viaggio che lascia il centro di Tena e si immerge nella Selva. Ogni giorno è come se vedo questo panorama per la prima volta: montagne illuminate e velate dalle nuvole, alberi alti e il verde delle foglie che prevale su tutto. L’aria ha un sapore diverso, e io la respiro a fondo.

Quando arriviamo alcuni dei ragazzi più grandi svicolano fuori dalle classi per poterci dare una mano con pentole e materiali, felici di sentirsi d’aiuto. Sempre più di giorno in giorno ci avviciniamo maggiormente, e l’imbarazzo e la vergogna spariscono di volta in volta. Il momento del pranzo mi sorprende per generosità e educazione: tutto viene ripartito in modo eguale, senza che ci siano lamentele da parte di nessuno e non mancano mai i grazie una volta che nelle pentole non rimane più niente. Con le pance piene ci sediamo sotto al tetto di lamiera e lasciamo che i bambini possano giocare liberamente. Tutti i bambini decidono di fare a gara per vedere chi sale più in alto sull’albero di mango, i cui rami sottili nascondo una forza che mai ci saremmo aspettate. I bambini si appendono e si arrampicano, salgono e salgono, ma la paura che si possano fare male non esiste: l’agilità che dimostrano e la conoscenza di ogni ramo ci trasmette sicurezza dalla loro tranquillità. Dall’albero rigoglioso, tra le foglie, spuntano gambe, braccia e risate.

I bambini più loquaci sono curiosi di conoscerci e farsi conoscere, ci chiedono del nostro paese e ci raccontano del loro, mentre con sempre più fiducia cominciano a prenderci per mano o posarci anche solo la testa sulle spalle. Ci scambiamo modi di dire e parole strane, le lingue sono sempre tre: italiano, spagnolo e kichwa. Alcune parole ci restano più impresse che altre, e vengono ripetute più volte, un po’ per ridere per la tremenda pronuncia, un po’ per trasmetterci rispetto parlando gli uni con la lingua degli altri.

In un momento ci sorprende la pioggia, il cielo è diventato scuro ma il caldo non se ne è mai andato, così senza accorgercene corriamo tutti sotto al tetto che risuona tamburellando come una grancassa suonata da gocce fuori misura! Qualcuno è già bagnato ma la pioggia qui rinfresca e allora spuntano sorrisi e tutto diventa un gioco: si esce fuori dal riparo per godersi il temporale, urlare, correre, ballare. Sotto la pioggia si gioca con la corda, con trottole e biglie. Sono giochi semplici ma i ragazzi potrebbero passare ore totalmente immersi e concentrati. Mi piace guardarli giocare tra loro, sanno come turnarsi, come darsi regole e i grandi aiutano i più piccoli. Sembrano così adulti nelle loro responsabilità e al contempo si divertono come bambini.

I loro uditi fini sentono la nostra camioneta ancor prima che arrivi. Ci aiutano a caricare tutto sul retro e vanno via così: non ci sono troppi convenevoli, ritorna in un momento la vergogna iniziale e nessuno viene da noi per abbracci o saluti. Staccano velocemente grandi foglie di banano da usare come ombrelli sotto i quali potersi proteggere, e in una lunga fila ognuno si allontana verso la propria casa. È quando non ce lo aspettiamo più che cominciano a girarsi a controllare se ci siamo ancora per poterci regalare un ultimo saluto da lontano.

 

Share this post